Storia ed origine del Cane da Pastore Croato
Dal manoscritto del 1374 al professor Romic e allo standard FCI
La storia di questa razza ha una data che quasi nessun cane può esibire: 1374. In un manoscritto del vescovo di Đakovo compare un canis pastoralis croaticus, e la descrizione di allora somiglia in modo imbarazzante al cane di oggi. In questa pagina trovi quel documento, il professore che nel 1935 ha rifondato la razza e i numeri italiani.
Sommario
Il canis pastoralis croaticus del 1374

Il documento più antico che parla di questo cane è un manoscritto del 1374 conservato negli archivi della diocesi di Đakovo, in Slavonia. Il vescovo che lo scrisse usò una formula latina che è rimasta: canis pastoralis croaticus, il cane da pastore croato.
La parte interessante non è il nome, è la descrizione. Nel manoscritto il cane è alto circa 45 centimetri, ha il pelo nero e riccio di media lunghezza ed è molto buono per custodire mandrie di tutti gli animali domestici.
Prendi lo standard FCI di oggi: 45-50 centimetri, pelo da ondulato a riccio, colore nero, cane da conduzione di bestiame. In seicentocinquant’anni non è cambiato quasi niente. Non capita spesso, e in questa razza è il fatto storico più solido che ci sia.
Sull’origine più antica lo standard avanza un’ipotesi e la presenta come tale: la razza si sarebbe sviluppata nel corso dei secoli dai discendenti del cosiddetto Pfahlbauhund, il Canis familiaris palustris, il cane delle palafitte, nell’area della Slavonia orientale.
Su come sia arrivata lì, il testo FCI cita un secondo documento: un manoscritto del 1719 del vescovo Peter Bakić, che riprende quello del 1374 e attribuisce l’arrivo della razza in Croazia alle migrazioni di quel tempo. È un’ipotesi, e va letta come tale.
Quel che è certo è il mestiere. Lo standard parla di un allevamento centenario nella Slavonia orientale, vicino a Haus e Hof, cioè nelle case e nelle corti delle fattorie, e dice che è stato quell’allevamento a plasmare un cane adatto a tutte le condizioni.
Il professor Stjepan Romić e la rinascita della razza

La razza moderna nasce da una persona: Stjepan Romić, agronomo e veterinario, che nel 1935 avvia a Đakovo l’allevamento sistematico dei cani neri della Slavonia.
La storia di come ci arrivò è bella e va raccontata per intero. Romić trovò negli archivi diocesani il documento del 1374, lesse la descrizione del vescovo e si accorse che i cani che vedeva nelle fattorie intorno a Đakovo erano gli stessi. Non stava creando una razza: la stava riconoscendo.
Dal 1935 in poi il lavoro è quello classico: raccogliere i soggetti migliori, allevarli con un criterio, fissare il tipo. Ci vollero quattordici anni prima della prima uscita pubblica.
La razza fu presentata al pubblico alla mostra canina di Zagabria il 29 e 30 ottobre 1949. Il primo standard lo scrisse il dottor Otto Rohr nel 1951.
Poi la parte lenta, quella che in cinofilia non si racconta mai: dal primo standard alla pubblicazione FCI passarono altri diciotto anni. La razza diventò ufficiale il 31 gennaio 1969, trentaquattro anni dopo il primo accoppiamento programmato da Romić.
Lo standard oggi in vigore ha l’originale del 3 novembre 2014, con la versione FCI del 2015. Il numero della razza nella nomenclatura è il 277, e in Croazia il cane è considerato patrimonio nazionale.
Il Cane da Pastore Croato oggi, e i numeri italiani
In Croazia l’Hrvatski ovčar è una razza viva: c’è un club, c’è una comunità di appassionati e il cane è un piccolo simbolo identitario. Quello che si è ridotto, come in tutta Europa, è il lavoro vero: in Slavonia i cani che conducono ancora il bestiame sono molti meno di una volta, perché l’agricoltura è cambiata.
La razza però si è spostata: oggi la trovi anche nelle altre regioni della Croazia, nelle mani di persone che ci fanno sport o che semplicemente volevano un cane del loro paese.
In Italia, invece, è praticamente inesistente. I dati dell’ENCI fra il 2015 e il 2024 parlano di 22 cuccioli in dieci anni, con quattro annate a zero di fila fra il 2021 e il 2023, e gli affissi dedicati alla razza sono zero.
Ventidue cuccioli in dieci anni vuol dire due all’anno. Vuol dire che in Italia, con ogni probabilità, di Cani da Pastore Croati vivi ne esistono qualche decina in tutto.
Il motivo non è la qualità del cane. Il Croato paga esattamente quello che paga il Catalano e pagano tutte le razze da pastore di taglia media: agli occhi di chi non lo conosce somiglia a un meticcio nero. Piccolo, nero, pelo riccio, orecchie a punta: al parco nessuno indovinerà mai.
Paradossalmente è anche il suo pregio più grande. È un cane che nessuno ha rovinato con la moda: nessuna selezione estrema, nessun muso schiacciato, nessuna esagerazione costruita a tavolino. Sei secoli e mezzo di documenti dicono che è sempre stato così.
Chi lo vuole deve guardare alla Croazia, e in particolare alla Slavonia, dove il club di razza aiuta a orientarsi fra gli allevatori. Nel resto d’Europa ci sono piccoli nuclei di appassionati, soprattutto nei paesi dove si fanno sport cinofili.

