Storia ed origine del Bullmastiff

Il cane notturno del guardiacaccia, costruito per bloccare e non per mordere

Il Bullmastiff ha una storia insolitamente precisa: si sa da quali razze viene, per quale mestiere è stato costruito e persino quali proporzioni furono usate. Qui trovi tutto, e perché in Italia sta scomparendo.

Sommario

Il cane del guardiacaccia

Bullmastiff fotografato all'aperto

Il sommario dello standard è chiarissimo sull’origine: il Bullmastiff proviene dall’Antico Mastiff Inglese e dal Bulldog. Fu utilizzato dapprima come cane da guardia e, nei tempi antichi, come aiuto del guardiacaccia per la cattura dei bracconieri.

Il contesto è l’Inghilterra dell’Ottocento, dove il bracconaggio nelle grandi tenute era un reato punito duramente e i guardiacaccia lavoravano di notte, spesso da soli, contro uomini armati.

Serviva un cane con un profilo molto specifico. Il Mastiff era abbastanza grande e potente ma troppo lento; il Bulldog dell’epoca, che era un cane molto diverso da quello di oggi, era veloce e tenace ma troppo piccolo e troppo incline a mordere.

Il risultato dell’incrocio è quello che gli inglesi chiamano il gamekeeper’s night dog, il cane notturno del guardiacaccia: abbastanza grande da atterrare un uomo, abbastanza veloce da raggiungerlo, e soprattutto abbastanza controllato da trattenerlo senza ferirlo fino all’arrivo del guardiacaccia.

Quest’ultimo punto è la chiave di tutta la razza, ed è il motivo per cui il Bullmastiff moderno ha il carattere che ha. Un cane che mordeva creava guai legali al proprietario, quindi per generazioni sono stati selezionati i soggetti che bloccavano invece di attaccare.

Anche il colore ha una spiegazione operativa: i primi Bullmastiff erano quasi tutti tigrati perché il tigrato è il colore che meglio mimetizza un cane nel sottobosco di notte. Il fulvo si è diffuso dopo, quando la razza è passata dal lavoro alle esposizioni.

Dal bosco al ring

Il riconoscimento ufficiale da parte del Kennel Club britannico arriva nel 1924, ed è il momento in cui la razza smette di essere un tipo funzionale e diventa una razza registrata.

Per ottenere il riconoscimento gli allevatori dovettero dimostrare che il tipo era stabile, cioè che i cani si riproducevano uguali a sé stessi. La proporzione che si racconta come base della razza è sessanta per cento Mastiff e quaranta per cento Bulldog: è una formula che circola da un secolo nella letteratura di razza e che rende bene l’idea, anche se va presa come indicazione e non come dato di laboratorio.

Dal riconoscimento in poi la selezione ha lavorato in due direzioni. Da un lato ha stabilizzato il tipo, il colore e la maschera nera; dall’altro ha spostato il baricentro dal lavoro all’aspetto, ed è in quel passaggio che il Bullmastiff ha guadagnato peso e perso un po’ della velocità originaria.

Lo standard oggi in vigore è del 2010, e conserva ancora nella sua parte storica il ricordo del mestiere originale, con quella frase sull’audacia e sul coraggio definiti leggendari.

Conviene notare una cosa: la riga dello standard sulle pieghe solo quando il cane è attento è un residuo diretto di quella funzione. Un cane da lavoro notturno non poteva permettersi la pelle in eccesso sugli occhi, e quella riga serve ancora oggi a frenare le esagerazioni.

Il Bullmastiff in Italia oggi

I numeri italiani raccontano un crollo: dai 512 cuccioli del 2016 ai 143 del 2024, cioè il 61% in meno in otto anni. In dieci anni fanno 2.850 cani.

Bullmastiff presentato nel ring di una esposizione

È una discesa molto più ripida di quella di altri molossi, e le ragioni sono probabilmente le stesse che stanno riducendo tutti i cani giganti in Europa: costi di mantenimento, spazio richiesto, spese veterinarie e una vita media breve.

A questo si aggiunge un fattore specifico dei cani da guardia di grande taglia: la crescente difficoltà di gestirli in contesti urbani e la maggiore consapevolezza delle responsabilità che comportano.

Gli allevamenti con affisso ENCI sono ventisette: otto in Emilia Romagna, quattro in Lombardia, quattro nel Lazio, tre in Piemonte e due in Calabria.

Per chi cerca un cucciolo, ventisette allevamenti e centoquaranta nascite l’anno significano attesa e, quasi certamente, un viaggio. Ma significano anche un mondo piccolo, dove chi alleva sul serio è facilmente identificabile.

E su una razza da guardia di questa mole, la scelta dell’allevamento conta più che altrove: quello che porti a casa non è solo un cane grande, è un cane il cui carattere dovrà essere affidabile per otto anni in mezzo alla gente.