Storia ed origine dell’Affenpinscher
Dalle stalle tedesche ai salotti di Parigi fino al Westminster: la storia del cane scimmia
L’Affenpinscher è una delle razze da compagnia più antiche d’Europa, e una delle poche nate facendo un mestiere sporco: acchiappare topi nelle stalle e nelle cucine della Germania del sud. La faccia da scimmia che oggi lo rende inconfondibile lo ha portato dalle dispense ai salotti, dalla Germania a Parigi e infine in America, dove un Affenpinscher olandese di nome Banana Joe ha vinto nel 2013 il premio più famoso della cinofilia mondiale. Qui trovi la storia con le date verificate, a partire dalle xilografie di Dürer.
Sommario
Un piccolo cane con un lavoro sporco

Il cenno storico dello standard FCI parte da lontano: gli antenati dell’Affenpinscher compaiono nelle xilografie di Albrecht Dürer, tra Quattro e Cinquecento. Piccoli cani ruvidi e baffuti che nella Germania del sud vivevano in case, stalle e botteghe con un incarico preciso: tenere pulito da topi e ratti. Nessuno li selezionava per la bellezza, e la faccia da scimmia è nata così, come effetto collaterale di un cane da lavoro in miniatura.
Il salto da cane di cortile a razza con i documenti avviene nell’Ottocento: le prime iscrizioni ufficiali di Affenpinscher nei registri tedeschi risalgono al 1879. L’illustrazione che vedi qui sopra è del 1890, firmata da Jean Bungartz per un manuale illustrato delle razze: la corona di pelo intorno agli occhi e la barba c’erano già tutte.
Dai Pinscher ruvidi al diavoletto baffuto
A cavallo del Novecento, racconta lo standard, questi piccoli cani erano popolarissimi. La razza si è evoluta dai Pinscher a pelo ruvido, selezionando la taglia minima e la testa arruffata: la corona di pelo intorno agli occhi accentuava l’espressione da scimmia, ed era esattamente quello che il pubblico voleva. I colori all’epoca erano una tavolozza intera, dal giallastro al rossiccio al grigio: il nero puro come unico colore è una scelta arrivata dopo, con la selezione europea moderna.

Nel frattempo il piccolo tedesco aveva conquistato anche la Francia, dove gli hanno affibbiato il soprannome più riuscito della sua storia: diablotin moustachu, il diavoletto baffuto. Due parole che descrivono il carattere della razza meglio di qualunque standard. Le foto di questa pagina, scattate nel 1932 dal fotografo olandese Willem van de Poll, mostrano che il tipo di allora era già il cane di oggi.
Il cugino di Bruxelles
Nessuna storia dell’Affenpinscher è completa senza il suo parente più ingombrante: il Griffone di Bruxelles. Le due razze si sono mescolate per buona parte dell’Ottocento, al punto che gli storici della cinofilia discutono ancora su chi discenda da chi: la versione più diffusa vuole l’Affenpinscher tra gli antenati del Griffone, altre fonti leggono la parentela al contrario. Comunque sia andata, i due si sono separati con standard opposti proprio sul punto più visibile: il muso, dritto per il tedesco, all’insù per il belga.
La separazione è così netta che oggi lo standard dell’Affenpinscher elenca il muso alla Griffone tra i difetti gravi. In Italia la confusione sopravvive nella parola griffoncino, che la gente usa per entrambi: se vuoi approfondire le differenze, nella pagina sul carattere trovi il capitolo dedicato.
L’America, la guerra e Banana Joe

L’America scopre la razza negli anni Trenta: la prima cucciolata americana nasce il 12 giugno 1935 a Cicero, Illinois, da riproduttori importati dalla Germania, e nel 1936 la femmina Nolli v Anwander è la prima Affenpinscher nello studbook dell’AKC. Poi la guerra ferma tutto: tra il 1940 e il 1950 l’allevamento si interrompe, in patria la razza esce dal conflitto quasi estinta e viene ricostruita con i pochi soggetti rimasti.
Il resto è una lenta risalita fino alla serata più famosa della razza: l’11 e 12 febbraio 2013, al Madison Square Garden, l’Affenpinscher Banana Joe V Tani Kazari, allevato in Olanda, vince il Best in Show del Westminster Kennel Club, primo della razza nella storia della manifestazione. Aveva sei anni, era all’ottantaseiesimo Best in Show della carriera e quella era l’ultima gara prima del ritiro: difficile scrivere un’uscita di scena migliore. Per una settimana la faccia da scimmia è stata sulle prime pagine di mezzo mondo.
L’Affenpinscher in Italia
Da noi la razza è sempre stata una presenza da intenditori, e i numeri lo dicono senza giri di parole: nell’ultimo decennio le iscrizioni ENCI hanno oscillato tra le 9 e le 25 all’anno, con un 2023 a quota zero e un 2024 chiuso a 11. Non è una razza in declino, perché numeri così piccoli non hanno tendenze: è una razza che in Italia non è mai arrivata, schiacciata nella percezione del pubblico da Griffoni, Barboncini e compagnia.
Gli affissi ENCI che la allevano sono sei, con una curiosità geografica: tre sono in provincia di Genova, che si ritrova a essere la capitale italiana del cane scimmia. Per chi cerca un cucciolo, tutti i dettagli sono nella pagina dedicata all’allevamento.

