Il 26 agosto il crollo di un ghiacciaio al confine fra Nepal e Tibet ha scaricato a valle un’onda di acqua, roccia e fango lungo i fiumi Bhotekoshi e Trishuli. Al 29 agosto il bilancio è di 616 morti, oltre 2.300 feriti e 2.426 dispersi, con più di cento operai ancora intrappolati nel tunnel della centrale idroelettrica di Upper Trishuli. Fra i dispersi ci sono tre italiani.
India, Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud avevano chiesto di mandare le proprie squadre di ricerca e soccorso, che comprendono i cani da macerie. Il Nepal ha risposto di no: le nostre agenzie di sicurezza stanno conducendo le operazioni.
Che cos’è una squadra USAR?
USAR sta per Urban Search and Rescue, ricerca e soccorso in ambiente urbano. È un modulo autosufficiente che si porta dietro acqua, viveri, tende, generatori, attrezzi da taglio e demolizione, un presidio sanitario e la propria catena di comando, perché in un Paese devastato non può pesare sulle risorse locali. Dentro ci sono ingegneri strutturisti, medici, logisti e unità cinofile.
Le Nazioni Unite certificano questi moduli attraverso l’INSARAG, che ne verifica composizione, procedure e tempi di partenza. Un modulo certificato è una squadra che il Paese colpito sa già come inquadrare, perché parla la stessa lingua operativa di tutte le altre.
Perché le prime ore contano così tanto?
Nelle ricerche sotto le macerie il valore di una squadra non si misura solo in quanto è brava, ma in quando arriva. Le probabilità di estrarre qualcuno vivo calano di giorno in giorno. Buona parte del lavoro del cane consiste nell’escludere. Un binomio addestrato attraversa un cumulo in pochi minuti e dice ai soccorritori dove non serve scavare, cosa che con telecamere e geofoni richiede ore e silenzio assoluto.
Ogni ora spesa a scavare in un punto vuoto è un’ora tolta a un punto pieno. È la ragione per cui i cani salgono sulle macerie per primi e non per ultimi.
L’Italia ha squadre di questo tipo?
Sì, due, da maggio. Il 22 maggio 2026, al termine di un’esercitazione internazionale svolta a Pisa sotto la supervisione dei valutatori ONU, i Vigili del Fuoco italiani hanno ottenuto la certificazione INSARAG per i moduli USAR light e medium: esperti di ricerca, personale logistico, componenti sanitarie e unità cinofile, presi da comandi di regioni diverse.
Vuol dire che da tre mesi l’Italia ha squadre pronte a partire secondo lo standard riconosciuto dalle Nazioni Unite. In queste due emergenze non sono partite, perché nessuno le ha chiamate.
Perché un Paese rifiuta gli aiuti?
Le ragioni sono quasi sempre le stesse e non tutte sono discutibili. Accogliere squadre straniere significa gestire visti, trasporti, interpreti e coordinamento mentre le strade sono interrotte; significa anche ammettere pubblicamente di non farcela da soli. In Nepal, poi, la valle colpita è stretta, alta e raggiungibile quasi solo in elicottero: far arrivare la squadra è più difficile che averla.
Il risultato però è quello che si vede: nel momento in cui la finestra utile è più stretta, cani e conduttori certificati restano a terra. Sul versante tibetano, dove la valle è cinese, le unità cinofile sono state impiegate insieme a centinaia di soccorritori e a mezzi d’acqua; sul versante nepalese la ricerca resta affidata alle forze di sicurezza del Paese.
Fonti: ANSA, bilancio del 29 agosto 2026; OnuItalia sulla certificazione INSARAG dei moduli USAR italiani, 22 maggio 2026.





