Uno studio pubblicato a luglio su Conservation Science and Practice, firmato da Adrian Treves (Università del Wisconsin-Madison) con altri dodici ricercatori, ha rimesso in fila cinque ricerche indipendenti su un’unica domanda: uccidere i lupi protegge gli animali domestici? La risposta è no, non in modo affidabile.
I cinque studi riguardano Slovenia, Michigan, Slovacchia, Lettonia e le alture del Golan, su periodi che vanno dal 1996 al 2022. L’esito più frequente è l’assenza di un effetto misurabile; in una parte dei casi, dopo gli abbattimenti, le perdite sono aumentate.
Cosa dicono i cinque studi?
Al centro gli autori mettono l’imprevedibilità di questi numeri: lo stesso intervento, in contesti diversi, fa cose diverse. Nel bilancio complessivo pende verso il nulla o verso il danno. Quando uno strumento di gestione si comporta così, dicono, non è uno strumento affidabile.
Perché abbattere i lupi non funziona?
La critica più dura dello studio riguarda il modo in cui gli abbattimenti vengono fatti. Gli abbattimenti scattano molto dopo le predazioni. Spesso vengono eseguiti lontano dai luoghi dove le perdite sono avvenute: si toglie un lupo che non è quello del problema.
Inoltre togliere individui da un branco ne destruttura la caccia. Un branco destrutturato ripiega su prede più facili, cioè sugli animali domestici. È il meccanismo che nello studio si vede come spostamento del rischio da un’area a quella accanto.
Le richieste degli autori sono tre: squadre di risposta rapida, monitoraggio sistematico anno per anno e verifica seria di ogni caso, perché una carcassa trovata da un lupo non è la stessa cosa di un animale ucciso da un lupo.
Cosa c’entrano i cani?
Molto. Fra tutte le misure in campo, quelle che spostano i numeri sono di gestione e non di fucile: recinzioni elettrificate tenute in efficienza, ricovero notturno degli animali e cani da guardiania. Nello studio c’è un dettaglio che vale più di una tabella: fra due aziende confrontate, quella che abbatteva spesso aveva perdite persistenti, quella che non abbatteva aveva il tasso più basso di tutti.
Il cane da guardiania, in Italia, ha un nome preciso: pastore maremmano abruzzese. È un cane selezionato per stare col gregge e decidere da solo. Chi ci lavora sa che va inserito da cucciolo e gestito, non parcheggiato in un recinto.
C’è poi una questione più spinosa, che abbiamo raccontato a Noicattaro: il confine fra lupo, ibrido e cane inselvatichito è sempre più sfumato. Fra le cause dell’ibridazione ci sono i cani lasciati vagare. Chi ha un cane in zona lupo ha in mano un pezzo del problema: il cane non gira libero per la campagna.
Fonti: Treves A. et al., Removing wolves did not reliably prevent domestic animal losses, Conservation Science and Practice, luglio 2026 (e70388); sintesi in italiano su Dogsportal. Verificato il 27 agosto 2026.





