Storia ed origine dello Yorkshire Terrier
Dai cotonifici dello Yorkshire ai salotti vittoriani
Lo Yorkshire Terrier è nato come cane da lavoro degli operai inglesi ed è diventato in pochi decenni il cane da salotto per eccellenza. Qui trovi da dove viene, come è cambiato e come sta la razza in Italia oggi.
Sommario
Il cane dei cotonifici
L’origine è la Gran Bretagna, e più precisamente la contea che gli dà il nome, lo Yorkshire, insieme al vicino Lancashire, nella prima metà dell’Ottocento.
Il contesto è quello della rivoluzione industriale. Nelle miniere, nei cotonifici e nelle filande i ratti erano un problema costante, e serviva un cane abbastanza piccolo da infilarsi ovunque e abbastanza determinato da affrontarli.
Quel cane lo portarono con sé gli operai scozzesi emigrati nello Yorkshire in cerca di lavoro: piccoli terrier a pelo lungo che, incrociati con i terrier locali, diedero origine al tipo che conosciamo. Da lì viene il carattere della razza, e da lì viene quel coraggio sproporzionato che gli Yorkshire hanno ancora oggi.
È utile ricordarlo perché ribalta completamente l’immagine di questa razza: lo Yorkshire non nasce come cane da signora, nasce come cane da operai, e nasce per uccidere ratti.
I primi soggetti erano anche più grandi degli attuali: la riduzione della taglia è arrivata dopo, quando la razza è entrata nei salotti.
Dai ratti ai salotti vittoriani
Il passaggio avviene nella seconda metà dell’Ottocento, ed è rapidissimo. Il cane comincia a comparire nelle esposizioni canine, che in quegli anni stavano nascendo, e il suo mantello lungo e lucido colpisce immediatamente il pubblico.
Il nome ufficiale di Yorkshire Terrier arriva attorno al 1870, e il riconoscimento del Kennel Club britannico nel 1886. Da quel momento la razza cambia mestiere e clientela: dai cotonifici ai salotti dell’aristocrazia vittoriana.
Un ruolo importante lo ebbe un cane in particolare, Huddersfield Ben, nato nel 1865, considerato il capostipite della razza moderna: vinse decine di premi e influenzò profondamente il tipo, anche perché pesava attorno ai cinque chili, cioè più del limite attuale.
È in quegli anni che comincia la selezione verso la taglia ridotta e verso il mantello lungo e serico che oggi è nello standard. Il tetto dei 3,2 chili è l’esito finale di quel percorso.
Ha senso aggiungere una nota che riguarda il presente: la stessa spinta a rimpicciolire che ha creato la razza è quella che oggi, portata all’eccesso, produce i cosiddetti «teacup». La differenza è che nell’Ottocento si andava da un cane da cinque chili a uno da tre, mentre oggi si va da tre a uno, e sotto una certa soglia la biologia presenta il conto.
Lo Yorkshire in Italia oggi
I numeri italiani raccontano una razza stabile e molto diffusa: 6.230 cuccioli iscritti in dieci anni, con un picco di 775 nel 2021 e 537 nel 2024.

La curva non ha grandi scossoni: si oscilla fra i cinquecento e i settecento cuccioli l’anno, con il consueto rialzo del 2020-2021 e il successivo rientro del 31%.
C’è però un dato che i registri non dicono e da tenere presente: lo Yorkshire è una delle razze con la maggiore quota di cani senza pedigree in circolazione. Fra i cani venduti come «toy» e «teacup» e quelli ceduti senza documenti, la popolazione reale in Italia è molto più grande di quella registrata.
Gli allevamenti con affisso ENCI sono 46, con la Lombardia in testa con otto, poi Veneto, Piemonte, Lazio ed Emilia Romagna.
Per chi cerca un cucciolo la conseguenza pratica è chiara: l’offerta è ampia ma molto disomogenea, e la differenza fra un allevamento con affisso e un annuncio online non è burocratica. In una razza con lo shunt portosistemico e il collasso tracheale fra i temi principali, sapere da chi arriva il cane conta parecchio.

