Storia ed origine dell’Akita Americano
Dal Giappone in guerra ai ranch americani: come una linea di Akita è diventata una razza
La storia dell’Akita Americano è un ramo della storia dell’Akita giapponese che ha preso l’aereo e non è più tornato. Comincia sulle stesse montagne, con gli stessi cacciatori di orsi, e si separa nel dopoguerra, quando i militari americani di stanza in Giappone si innamorano dei grandi cani della linea Dewa e li portano a casa. Settant’anni dopo, la FCI ha dovuto prendere atto che erano diventati un’altra razza. Qui trovi le tappe verificate, dal bivio del 1945 allo standard nuovo di zecca del 2026.
Sommario
Un tronco comune: dai Matagi alla guerra
Fino al 1945 questa storia l’abbiamo già raccontata: è la stessa dell’Akita Inu. I cani da orso dei cacciatori Matagi dal 1603, l’epoca dei combattimenti con gli incroci di Tosa e Mastiff, il divieto del 1908, il titolo di Monumento Naturale nel 1931 e la catastrofe bellica, con i cani requisiti per le pellicce militari e la razza ridotta a un pugno di soggetti di tre tipi diversi: i Matagi puri, i discendenti dei lottatori e gli incroci col Pastore Tedesco nati per aggirare le requisizioni.
Nel dopoguerra il Giappone si trova davanti a un bivio di selezione, e la stella del momento si chiama Kongo-go, della linea Dewa: un cane imponente, con evidenti tratti da mastiff e pastore tedesco, di una popolarità enorme ma, come scrive lo standard, temporanea. I cinofili giapponesi decidono che quel tipo non rappresenta il cane nazionale e ripartono dai Matagi. Ma nel frattempo la linea Dewa ha trovato un altro pubblico, in divisa.
I militari, il club e la porta chiusa
I soldati americani dell’occupazione si innamorano esattamente del tipo che il Giappone sta scartando: grande, imponente, adattabile, spettacolare. Tornando a casa portano i cuccioli, e negli Stati Uniti la linea Dewa trova un continente su misura: nel 1956 nasce l’Akita Club of America, e nell’ottobre 1972 l’AKC apre il libro genealogico alla razza.
Qui la storia prende la piega decisiva, per un dettaglio burocratico dalle conseguenze enormi: all’epoca AKC e Japan Kennel Club non riconoscevano reciprocamente i pedigree. Risultato: la porta per le nuove linee giapponesi resta chiusa, e l’Akita americano cresce per decenni in un acquario genetico tutto suo, con il tipo che lo standard descrive come sostanzialmente invariato dal 1955. Mentre in Giappone il restauro sui Matagi produceva un cane sempre più elegante e tipico, in America si consolidava l’orso con la maschera nera. Due strade senza più incroci.
Due razze, ufficialmente

Per mezzo secolo il mondo ha vissuto il paradosso di due cani sempre più diversi con lo stesso nome sul pedigree. La FCI scioglie il nodo nel 1999: due razze, due standard. L’americano debutta con il nome provvisorio di Grande Cane Giapponese, un compromesso che non piaceva a nessuno, e nel 2006 arriva il nome definitivo: American Akita, standard FCI numero 344, origine Giappone, sviluppo Stati Uniti. Una carta d’identità con doppia cittadinanza.
L’ultimo capitolo è recentissimo: l’11 febbraio 2026 è entrato in vigore lo standard aggiornato, con due novità scritte in grassetto: i minimi di taglia diventano tassativi (sotto i 63,5 centimetri un maschio è squalificato) e il pattern merle e il color fegato vengono squalificati. È la cinofilia ufficiale che chiude la porta alle mode dei colori impossibili prima che diventino un mercato: per una razza reduce da un boom, un segnale di manutenzione preventiva.
L’Akita Americano in Italia
Da noi l’americano è arrivato sull’onda lunga del successo di famiglia, con il vantaggio di un pubblico più consapevole: chi sceglie l’americano di solito lo fa sapendo di non comprare il cane di Hachiko, ma il suo cugino di taglia forte. Le iscrizioni ENCI raccontano la solita parabola in formato ridotto: il picco di 705 nel 2020, gli anni del lockdown, e la discesa fino alle 373 del 2024.
I 35 allevamenti con affisso, dalla Lombardia alle isole con una curiosa concentrazione in Friuli, tengono la selezione in mani per lo più serie: tutti i dettagli, con la mappa e le domande da fare, nella pagina dedicata all’allevamento.

