Storia ed origine del Dobermann
Da Apolda ai plotoni dei Marines: come nasce l’unica razza tedesca col nome del suo allevatore
Il Dobermann è l’unica razza tedesca che porta il nome del suo primo allevatore, e quell’uomo non era un cinofilo: era un esattore delle imposte che aveva bisogno di un cane capace di tenere lontane le persone sbagliate. In poco più di un secolo quel cane da lavoro di provincia è diventato il cane della polizia, il portaordini delle trincee, il cane dei Marines nel Pacifico e infine il cattivo dei film. Qui trovi la storia con le date verificate, compresa quella che quasi nessuno conosce: il 2015, l’anno in cui lo standard ha smesso di prevedere orecchie e coda tagliate.
Sommario
Apolda, un esattore e i cani del mattatoio

Karl Friedrich Louis Dobermann, nato il 2 gennaio 1834 e morto il 9 giugno 1894, viveva ad Apolda, in Turingia. Faceva tre lavori che spiegano tutto: esattore d’imposte, gestore di un mattatoio e, all’occasione, accalappiacani autorizzato dal comune. È da quest’ultimo incarico che veniva la sua materia prima, perché tra i cani che catturava scegliva i soggetti più decisi e li portava a casa a riprodursi.
Nel cenno storico ufficiale della razza il punto di partenza sono i cosiddetti cani da macellaio, all’epoca già un tipo abbastanza fissato e in parte antenati degli attuali Rottweiler, incrociati con un cane da pastore nero focato della Turingia. Da questi incroci, negli anni Settanta dell’Ottocento, Dobermann ottiene quello che il testo chiama la sua razza: un cane non solo vigile ma un cane da fattoria e di protezione dei beni, particolarmente risoluto nei confronti dell’uomo. Detto in modo meno diplomatico, gli serviva un cane che facesse paura a chi non voleva pagare le tasse.
Le altre razze che la tradizione tira in mezzo, dal Manchester Terrier al Weimaraner al Greyhound, sono plausibili guardando il cane finito ma non hanno documenti a supporto: Dobermann non teneva registri, e questo è un limite che ci portiamo dietro ancora oggi.
Otto Goeller e il cane che prende un nome
Il passaggio da un allevamento privato a una razza vera lo fa un altro cittadino di Apolda, Otto Goeller, che nel 1899 fonda il primo club della razza e contribuisce a scriverne lo standard. Il riconoscimento tedesco arriva nel 1900, e il nome ufficiale per decenni è Dobermannpinscher. Goeller lavora esattamente su quello che serviva: smussare la ferocia dei primi soggetti e tenere la determinazione, cioè rendere quel cane gestibile.

La parola pinscher cade dal nome nel 1949, in Germania e in Gran Bretagna, perché non descriveva più il cane che era diventato. In America invece è rimasta: l’American Kennel Club lo registra ancora come Doberman Pinscher, con una n sola. È per questo che trovi le due grafie in giro e nessuna delle due è un errore, dipende da quale lato dell’Atlantico stai.
Il cane poliziotto e le trincee

La carriera del Dobermann come cane di servizio comincia subito. Il suo uso frequente nelle forze di polizia tedesche gli vale il soprannome di cane poliziotto, e già dall’inizio del Novecento la razza viene riconosciuta ufficialmente in questo ruolo: una velocità che nessun altra razza da utilità ha avuto. Nella Prima guerra mondiale i Dobermann finiscono nelle squadre di cani portaordini e sanitari, dove servivano cani veloci, resistenti e capaci di lavorare lontano dal conduttore.
I Devil Dogs dei Marines
Nella Seconda guerra mondiale il Dobermann cambia bandiera. I Marines statunitensi ne fanno la razza principale dei loro plotoni di cani da guerra nel Pacifico, dove venivano usati come sentinelle, esploratori e portaordini, e li chiamano Devil Dogs. Nella foto uno di questi cani, Butch, fa la guardia a Iwo Jima mentre il suo conduttore ruba qualche minuto di sonno in una buca nella sabbia. È una immagine che dice del rapporto con l’uomo più di qualsiasi descrizione di carattere.

Kurt, e i venticinque nomi sul monumento di Guam

Il 22 luglio 1944, durante la riconquista di Guam, un Dobermann di nome Kurt apre una pattuglia nella giungla condotto dal soldato Allen Jacobson. Si blocca e segnala: davanti a loro c’è un contingente giapponese appostato. Nello scontro che segue Kurt viene ferito a morte da una granata di mortaio. Il National War Dog Cemetery della base navale di Guam, dedicato nel 1994, porta i nomi dei venticinque cani caduti in quella campagna e in cima la statua di Kurt, con le orecchie in ascolto. Il primo nome incisso sulla base è il suo.
Dagli anni Settanta al cattivo dei film
Il salto dalla realtà all’immaginario avviene tra gli anni Sessanta e Ottanta, quando il Dobermann diventa il cane da difesa di moda e insieme il cane che nei film ringhia dietro un cancello. Sono gli stessi anni in cui la razza subisce il danno peggiore della sua storia: comprata per l’immagine, riprodotta senza selezione sul carattere e addestrata alla difesa da gente improvvisata, con metodi che oggi chiameremmo maltrattamento. Da quel periodo arrivano tutte le leggende, compresa quella del cane che impazzisce a sette anni.
La cinofilia ne è uscita nel modo giusto, cioè mettendo il carattere dentro la selezione. Oggi il Dobermann è classificato nel gruppo 2 della FCI, tra i cani di tipo pinscher e schnauzer, e la razza è con prova di lavoro: chi la alleva seriamente deve passare per prove che valutano equilibrio, coraggio e capacità di spegnersi. Il cane della leggenda, quelle prove non le supera.
L’aggiornamento del 2015: orecchie e coda naturali
C’è una data che vale più di tutte per chi guarda un Dobermann oggi. Nella versione dello standard FCI in vigore, pubblicata nel dicembre 2015, le orecchie sono descritte come lasciate naturali e la coda come lasciata naturale, portata alta con una leggera curva. Il cane con le orecchie a punta e il moncone non è più il modello di riferimento: è un ricordo fotografico.
In Italia il taglio era già vietato da prima, con il divieto arrivato attraverso la legge 201 del 2010 che ha ratificato la Convenzione europea sugli animali da compagnia. Ha senso dirlo chiaro perché la confusione è ancora enorme: un Dobermann con le orecchie naturali non è un Dobermann incompleto, è il Dobermann come lo standard lo vuole.
Il Dobermann in Italia
I primi Dobermann arrivano in Italia negli anni Venti, pochi e selezionati male: per decenni la razza resta poco conosciuta e i soggetti non brillano. Le cose cambiano dagli anni Ottanta, quando alcuni allevamenti italiani iniziano a produrre cani apprezzati anche all’estero, Germania compresa. Il riferimento di razza è l’AIAD, l’Associazione Italiana Amatori Dobermann, riconosciuta dall’ENCI come associazione specializzata nel 1977: è l’ente che organizza le prove di idoneità alla riproduzione.
I numeri di oggi raccontano una razza che si è ridimensionata. Nel 2015 l’ENCI registrava 1.752 Dobermann, nel 2024 sono 971, quasi la metà. Restano 109 affissi che allevano la razza in 17 regioni, con Lombardia e Lazio in testa. È un calo che seguono quasi tutte le razze da guardia e difesa in Italia, e che ha un lato positivo: chi alleva Dobermann oggi lo fa per passione, non perché tira il mercato.

