Storia ed origine del Bracco Ungherese (Vizsla)

Dalle steppe dei Magiari alle miniature di corte, dalla quasi estinzione alla rinascita: la storia vera

Il Bracco Ungherese ha una storia che sembra un romanzo: arriva dalle steppe coi cavalieri magiari, posa nelle miniature dorate della corte d’Ungheria, rischia di sparire due volte, prima per una moda e poi per una guerra, e rinasce ogni volta. In questa pagina trovi le tappe verificate: i falconieri del Medioevo, il libro delle origini del 1920, la diaspora che lo salvò portandolo in America e la nascita del fratello a pelo duro. Fino a oggi, che dell’Ungheria è il cane nazionale.

Sommario

I cavalieri delle steppe e i loro cani

Tutto comincia alla fine del IX secolo, quando le tribù magiare calano dalle steppe orientali nel bacino dei Carpazi e ci restano. Con loro viaggiano cavalli, falchi e cani da caccia: compagni di lavoro selezionati da generazioni di vita nomade, capaci di trovare la selvaggina nelle distese d’erba e di collaborare con i falconieri. Da quel ceppo antico, incrociato nei secoli con i cani dei territori attraversati, discende il fondo genetico del vizsla.

Anche il nome racconta il mestiere: vizsla è legato a un antico verbo ungherese che significa cercare, frugare col naso. Non un cane da compagnia promosso alla caccia, insomma: un cercatore di professione, fin dal battesimo.

Il cane dorato della corte ungherese

La prima apparizione documentata è di quelle nobili: il Chronicon Pictum, la splendida cronaca miniata realizzata per la corte ungherese intorno al 1358, raffigura scene di caccia con falconieri, cavalieri e cani da caccia. È una delle prime testimonianze illustrate dei progenitori della razza, e dice già tutto sul suo pubblico: il vizsla nasce e cresce come cane dei magnati e dell’aristocrazia ungherese, che per secoli ne custodisce l’allevamento nelle grandi tenute.

Nei secoli successivi la selezione segue le esigenze della caccia nella puszta, la grande pianura ungherese: estati roventi, terreni aperti, selvaggina di penna e di pelo. Serve un cane veloce ma vicino al cacciatore, con un gran naso, capace di fermare, riportare e all’occorrenza buttarsi in acqua. Il risultato è quel bracco leggero e dorato che i viaggiatori dell’epoca descrivono come inseparabile dai signori ungheresi.

Miniatura della caccia di Csór dal Chronicon Pictum, XIV secolo, con un cane da caccia in basso

La caccia di Csór nel Chronicon Pictum, metà Trecento: in basso corre uno dei primi cani da caccia ungheresi mai raffigurati. Immagine di pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

L’Ottocento: quasi cancellato da una moda

Il primo rischio di estinzione non arriva da una catastrofe ma dal guardaroba cinofilo: nell’Ottocento esplode in tutta Europa la moda dei cani da ferma inglesi, pointer e setter, e anche i cacciatori ungheresi si adeguano. Il vizsla viene incrociato, diluito e accantonato, e a fine secolo del tipo originale resta pochissimo: le cronache cinofile raccontano che i soggetti tipici superstiti si contassero su poche mani.

È il classico paradosso delle razze antiche: sopravvissuta a invasioni e imperi, la razza rischia di sparire per un cambio di gusti. La salvezza arriva da un gruppo di appassionati che a inizio Novecento comincia a cercare, censire e riprodurre i superstiti più tipici.

1920: la rinascita e il libro delle origini

La data della rinascita ufficiale è il 1920: nasce il club del Magyar Vizsla e si apre il libro delle origini della razza. Il momento storico non è casuale: l’Ungheria uscita dal Trianon è un paese ridimensionato e ferito, e il recupero del suo cane da caccia nazionale diventa anche una questione di orgoglio. Gli allevatori setacciano le campagne in cerca dei soggetti più tipici e ricostruiscono la razza pezzo per pezzo.

Il percorso è rapido: primo standard ufficiale nel 1928, riconoscimento della FCI nel 1936. In una quindicina d’anni il vizsla passa da reliquia in via di sparizione a razza codificata e riconosciuta a livello internazionale. Sembra il lieto fine, ma il Novecento ha in serbo il capitolo più duro.

La guerra, la diaspora e l’America

La Seconda guerra mondiale travolge l’Ungheria e con lei gli allevamenti: tra bombardamenti, requisizioni e il caos del fronte orientale, la popolazione della razza viene decimata per la seconda volta in mezzo secolo. La salvezza, stavolta, viaggia con i profughi: gli ungheresi in fuga dal paese, durante e dopo la guerra, portano con sé i loro cani, seminando piccoli nuclei di vizsla in Austria, in Europa occidentale e soprattutto oltre oceano.

Negli Stati Uniti la razza trova una seconda patria: gli appassionati americani la moltiplicano e nel 1960 il Vizsla diventa la 115ª razza riconosciuta dall’American Kennel Club. È il paradosso che chiude il cerchio: il cane quasi scomparso dall’Ungheria torna a casa da celebrità internazionale, e oggi è ufficialmente uno dei simboli nazionali del paese, oltre che una delle razze da caccia più amate al mondo.

La razza sorella: il pelo duro

Negli anni Trenta, mentre il pelo corto rinasceva, due allevatori ungheresi lavoravano a un progetto parallelo: József Vasas, con l’affisso Csabai, e László Gresznárik, con l’affisso Selle, volevano un vizsla capace di lavorare nell’acqua gelida e nei rovi senza patire. La ricetta: incrociare il vizsla a pelo corto con il bracco tedesco a pelo duro, tenendo il colore oro e il carattere, e aggiungendo un manto ruvido con sottopelo, barba e sopracciglia.

Il risultato piacque così tanto da diventare una razza a sé: il Bracco Ungherese a pelo duro, riconosciuto in via definitiva dalla FCI nel 1966 con lo standard numero 239. Non una variante di pelo, quindi, ma una sorella con carta d’identità propria: la trovi raccontata nel dettaglio nella pagina sul carattere e la descrizione della razza.

Il vizsla oggi

Oggi il vizsla è la fotografia di una razza salvata bene: il cane nazionale ungherese, un cane da ferma apprezzato dai cacciatori di mezzo mondo e insieme un compagno di famiglia sempre più diffuso, complici quegli occhi color ambra che sui social fanno faville. In Italia resta una scelta di nicchia rispetto alle grandi razze da caccia, ma chi lo incontra difficilmente torna indietro.

IX secoloLe tribù magiare arrivano nel bacino dei Carpazi con i loro cani da caccia al seguito
1358 circaIl Chronicon Pictum, la cronaca miniata della corte ungherese, raffigura cani da caccia insieme a falconieri e cavalieri
Fine ‘800La moda di pointer e setter inglesi porta la razza a un passo dalla scomparsa
1920Nasce il club del Magyar Vizsla e parte il libro delle origini: la razza rinasce come orgoglio nazionale
1928Primo standard ufficiale della razza
1936Riconoscimento della FCI
1944-45La Seconda guerra mondiale devasta gli allevamenti: la razza si salva anche grazie agli ungheresi in fuga che portano i cani con sé
1960Il Vizsla diventa la 115ª razza riconosciuta dall’American Kennel Club
1966La FCI riconosce in via definitiva il Bracco Ungherese a pelo duro (standard n. 239)

Undici secoli in nove righe: pochi cani possono permettersi una tabella del genere. E la morale della sua storia è rimasta scritta nel carattere: il vizsla è sopravvissuto restando sempre attaccato al suo umano, dalle steppe ai divani. Non ha intenzione di smettere adesso.